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24/01/2015 - INAUGURAZIONE DEL’ANNO GIUDIZIARIO 2015

Assemblea Generale della Corte d’Appello del 24 gennaio 2015

INTERVENTO
DEL PROCURATORE GENERALE REGGENTE
Claudio Lo Curto Avvocato Generale


Illustrissimo Signor Presidente
Signori Presidenti di Sezione e Signori Consiglieri
Signori Magistrati e Signori Avvocati
Signori Dirigenti e Componenti il personale amministrativo
Autorità
Gentili Signore e Signori

Un saluto deferente, anzitutto, al Presidente emerito della Repubblica,Giorgio Napolitano, che è stato guida autorevole e saggia del nostro Paese in uno dei suoi momenti più difficili.
Saluto altresì con il dovuto rispetto e con profonda stima il rappresentante del Consiglio Superiore della Magistratura Consigliere Nicola Clivio, nonché il rappresentante dell’Onorevole Ministro della Giustizia, Dott.ssa Maria Laura Paesano, rivolgendo ad entrambi un sincero e caloroso benvenuto.
Un cordiale saluto rivolgo a Lei Signor Presidente e, per il Suo tramite, ai Magistrati degli Uffici giudicanti del Distretto, nonché ai Dirigenti ed al personale amministrativo di detti Uffici.
Un saluto affettuoso ed un sentito ringraziamento intendo poi rivolgere ai Colleghi della Procura Generale di Cagliari ed a quelli della Procura Generale di Sassari che oggi mi onoro di rappresentare, nonché ai Dirigenti delle citate Procure Generali ed a tutto il personale amministrativo di entrambi gli Uffici.
Analogo riconoscente saluto va alla Magistratura Onoraria ed ai Giudici di Pace, nonché ai Dirigenti, ai Funzionari ed a tutto il personale delle Cancellerie e delle Segreterie giudiziarie ed agli Ufficiali Giudiziari.
Sentimenti di particolare vicinanza e di profonda stima esprimo ai rappresentati del libero Foro in persona dei Presidenti degli Ordini Forensi, dell’Unione delle Camere Penali e dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura.
Vivissimo apprezzamento rivolgo agli organi di Stampa per il preziosissimo ruolo che gli stessi svolgono assicurando una corretta e tempestiva opera d’informazione.
Un particolare elogio sento di dover esprimere agli appartenenti a tutte le Forze dell’Ordine: Arma dei Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Polizia Penitenziaria, Guardie Forestali, Polizia Municipale, Capitanerie di Porto ed Uffici Circondariali Marittimi per la preziosa ed insostituibile opera di supporto prestata, soprattutto alla Magistratura Requirente, ai fini di una sempre più proficua amministrazione della giustizia.
Ossequi devoti e particolari vanno ancora a S.E. Reverendissima Monsignor Arrigo Miglio, Arcivescovo della Diocesi cagliaritana.
Un sentito ringraziamento poi a tutte le altre Autorità civili e militari, che con la loro presenza contribuiscono a conferire particolare solennità all’odierna cerimonia.
Rivolgo anch’io un mesto e riverente pensiero ai Colleghi Vito Morra ed Anna Rita Murgia, ai familiari dei quali esprimo affettuosa vicinanza, ed – ancor prima – ai Magistrati ed agli uomini delle Forze dell’Ordine che nel corso degli anni hanno sacrificato la loro vita per la difesa degli ideali di libertà, democrazia e giustizia.

b). ESAME DELLO STATO ATTUALE DELLA GIUSTIZIA

Da svariati anni i Procuratori generali che si sono avvicendati nelle inaugurazioni degli anni giudiziari ripetono che la giustizia italiana è malata se non proprio moribonda. Oggi tocca a me, in temporanea sostituzione del Titolare di questo alto Ufficio, l'onore di rappresentare la magistratura requirente del Distretto in questo così elevato consesso, e anch'io, purtroppo, sono costretto, con profondo rammarico, a iniziare queste mie brevi riflessioni partendo dal dato che mortifica prima di tutto gli operatori del settore e soprattutto quelli, e sono la maggior parte, che spendono la loro vita per offrire un servizio degno di un Paese che vuole essere civile, e cioè la crisi della giustizia. La quale è oggi talmente profonda che a metterci mano per cercare di risolverla sembra doversi confrontare con un'opera titanica quasi impossibile da affrontare già solo per cercare di delinearne i confini. Abbiamo attraversato un ventennio nel quale la delegittimazione della magistratura, soprattutto di quella più esposta, è stata affiancata da leggi solo apparentemente in grado di perseguire finalità, scopi e obiettivi pubblici a vantaggio della collettività. Il periodo non ha cioè brillato per il varo di riforme capaci di consegnare alla giustizia quel carattere di efficacia e velocità che costituisce il tratto più chiaro della dignità di una funzione così alta e preziosa, tanto da rappresentare il fondamento imprescindibile di una civiltà che vuole essere concretamente democratica. E così, oggi, ci troviamo a dovere fare i conti con una giustizia eccessivamente lenta, screditata, tacciata di scarsa affidabilità, costosa, difficilmente accessibile soprattutto alle classi più deboli, incapace di assolvere pienamente al proprio compito, ultima o nelle ultime posizioni nelle varie graduatorie di raffronto tra i diversi Paesi, non solo occidentali. E la presenza di quasi 9 milioni di fascicoli arretrati, purtroppo, rimane lì, impietosa quale allarmante denuncia che conferma il quadro ora delineato. E tutto ciò, nonostante l'inesauribile lavoro dei magistrati che, toccati nel loro orgoglio professionale e per senso istituzionale senza pari, hanno, oramai da tempo, ingaggiato una vera e propria lotta, impari purtroppo, contro le inefficienze, ottenendo comunque quei brillanti risultati il cui riconoscimento è documentato anche dall'essere i Giudici italiani qualificati come i più produttivi dell'Europa da organismi internazionali; risultati di cui però spesso ci si dimentica quando si additano i Magistrati come colpevoli di un sistema-giustizia che non funziona, ma che sono, però, ancora largamente insufficienti.
Il principale fattore della crisi della giustizia è certamente la lentezza dei processi. Esserne consapevoli è necessario per intervenire su di essa con urgenza, organicità e cognizione, tenendo presente che tutto ciò che si vorrebbe introdurre ma non serve in via diretta a ridurla, e possibilmente eliminarla, non può rappresentare l'impegno prioritario, ma deve essere messo in secondo piano e trattato, se proprio necessario, solo successivamente.
Essa è sicuramente l’effetto diretto della marcata sproporzione tra unità lavorative e carichi di lavoro: salta all'evidenza infatti, che poco meno di 9.000 magistrati di carriera (non tutti presenti e non tutti nei ruoli) e altrettanti magistrati onorari, per quanto in linea con la media europea - che prevede, tuttavia, un carico di lavoro per unità lavorativa smisuratamente inferiore a quello italiano - sono un numero assolutamente inadeguato ad affrontare una quantità di processi quale quella appena indicata. Occorre allora individuare quali siano fattori da cui trae origine tale sproporzione e intervenire su di essi. Essa è indubbiamente figlia, da un lato, dall’eccessiva giurisdizionalizzazione conseguente alla mancanza di controlli e di procedimenti decisori alternativi a quelli garantiti dal codice di rito, e dall’altro, dalla farraginosità della macchina processuale che non consente di arrivare celermente alla decisione pur nel rispetto della garanzia delle parti: è su tali fattori che occorre concentrare i migliori rimedi possibili essendo consapevoli che lo stato della finanza non consente di ricorrere ad incondizionati aumenti di mezzi e risorse e che, comunque, anche un considerevole aumento degli organici rappresenterebbe una goccia nel tumultuoso oceano della situazione appena cennata.
E allora, per ovviare alla eccessiva giurisdizionalizzazione e allo snellimento del processo, occorre privilegiare riforme certamente attuabili in quanto a costo zero, quali, a mero titolo indicativo e con un’elencazione che non consente un maggiore approfondimento, dato il breve tempo a disposizione:
a) la depenalizzazione ed il riassetto del diritto sostanziale;
b) la realizzazione di procedure pregiurisdizionali capaci, ove possibile di comporre le liti, purchè la decisione sia omologata da un Giudice;
c) l’introduzione di cause di estinzione del reato legate al ristoro della lesione o alla irrilevanza del fatto concreto, quest’ultima peraltro già in fase di attuazione;
d) gli interventi necessari per snellire il processo e renderlo più funzionale senza colpire le garanzie essenziali (ad esempio: limitazione dei casi di appello e dei ricorsi per cassazione; revisione della prescrizione; revisione della udienza preliminare; indicazione fin dal primo atto di un Difensore di ufficio presso cui eseguire tutte le notifiche a mezzo PEC);
e) la chiarezza e organicità del dato normativo con raccolta in testi unici ( a titolo di esempio le legislazioni in materia di armi, munizioni ed esplosivi, edilizia, rifiuti ed ambiente, etc.);
Questi taluni fra i rimedi che se adottati sarebbero in grado di rendere più spediti i processi, si ripete, a costo zero e da subito.
Altri rimedi, tuttavia, dovrebbero accompagnare quelli sopra detti. Si tratta di rimedi complementari, esterni alla giurisdizione, ma altrettanto imprescindibili. Si allude, per esempio,
a) al completamento del processo di totale informatizzazione della giustizia senza il quale ogni battaglia di recupero dell’arretrato è persa;
b) alla necessità di trasformare completamente la magistratura onoraria, attingendo per essa ai giovani diplomati presso la Scuola di Specializzazione o agli stagisti del c.d. “decreto del fare”, con i quali – spendendo quanto oggi si spende per la pletora dei ruoli della magistratura onoraria - si potrebbe dare corpo ai tanto auspicati “uffici del giudice”, formando delle vere e proprie èquipes con a capo il singolo Giudice da cui pretendere, a quel punto, un prodotto di sempre maggiore qualità in tempi più celeri;
c) alla necessità di rendere effettiva la pena anche nelle forme alternative alla carcerazione;
d) all’adeguamento della “geografia giudiziaria” a parametri di reali utilità sociale e di efficienza, sganciandola dalla perversione dei c.d. “tagli lineari”.
Un cenno merita, a chiusura di questa prima parte delle mie riflessioni, il contrasto alla corruzione, tema di stretta attualità in un quadro di recupero di reale efficienza del sistema normativo, fortemente richiamato dal Ministro della Giustizia nella recentissima relazione alle Camere sullo stato della Giustizia. Anche qui, siamo ultimi tra i Paesi dell’Europa. Appare evidente agli occhi di tutti che inasprire le pene non apporterà i vantaggi auspicati. Ci si dimentica che l’arma repressiva in genere interviene solamente quando il reato è commesso, mentre nel campo della corruzione ciò che è prioritario è proprio evitare che il fenomeno si realizzi. Così, a fianco di una politica di tipo premiale a favore di chi consenta di disvelare fenomeni di avvenuta corruttela, occorre mettere mano con determinazione ai sistemi di appalto delle opere pubbliche, in modo tale da garantire che i contatti tra impresa e amministrazione pubblica si realizzino sempre in maniera più che mai cristallina: occorre, ad esempio, fare ruotare le imprese nell’assegnazione degli appalti delle opere pubbliche secondo un albo almeno regionale, abolire per quanto possibile la legislazione “in deroga” tante volte giustificata da una falsa urgenza o da un’inesistente segretezza ( prassi oggetto di recenti aspre censure da parte della Corte dei Conti), e vietare che una stessa impresa possa ottenere dagli appalti pubblici un guadagno superiore a un tetto prestabilito. Occorre poi, intervenire a valle del fenomeno, imponendo che il Pubblico Ufficiale colpito da responsabilità per reati contro la Pubblica Amministrazione sia immediatamente allontanato e che l’imprenditore corruttore non possa più avere rapporti con l’Ente anche per mezzo di suoi possibili prestanome.



c). SITUAZIONE DELLA GIUSTIZIA IN SARDEGNA

Com’è noto, gli otto uffici giudiziari requirenti dislocati nel Distretto della Corte d’Appello sono le Procure della Repubblica presso i Tribunali di Cagliari, Oristano e Lanusei, che fanno capo alla sede principale della Corte e quelle presso i Tribunali di Sassari, Nuoro e Tempio Pausania, che rientrano nell’ambito del territorio della Sezione di Corte Distaccata in Sassari, cui si aggiungono le Procure della Repubblica presso i Tribunali per i Minorenni di Cagliari e di Sassari.
L’attività di tali Uffici, con specifico riferimento al periodo che va dal 1 Gennaio 2013 al 30 Giugno 2014, si è svolta in modo regolare e proficuo, compatibilmente coi gravissimi problemi determinati dalle carenze di organico nell’ambito delle Segreterie e dai tagli operati negli ultimi tempi al bilancio della giustizia, che hanno comportato notevoli difficoltà sotto il profilo logistico e della organizzazione degli Uffici stessi.
Può, cioè, affermarsi, in virtù dei dati e delle notizie pervenute da ciascuno degli Uffici sopra richiamati, come nel periodo che interessa – al pari di quanto si è verificato negli scorsi anni – in nessuno di essi si siano verificati fatti meritevoli di doglianza sotto il profilo del corretto ed uniforme esercizio dell’azione penale e del rispetto delle norme sul giusto processo, nonostante le persistenti difficoltà di carattere logistico.
In proposito non si può ancora una volta non esprimere la più viva preoccupazione per l’aggravarsi nella quasi totalità degli uffici giudiziari requirenti del Distretto delle problematiche connesse alla situazione di continua emergenza nella quale essi sono costretti ad operare a causa dei pesantissimi vuoti esistenti nel settore amministrativo e, in particolare, nei ruoli dei Cancellieri e degli Assistenti giudiziari; vuoti di organico, cui si cerca di supplire con l’ausilio di personale delle Sezioni di p.g., che viene così sottratto a quelli che dovrebbero essere i suoi compiti istituzionali.
Particolarmente critica appare la situazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lanusei, priva da oltre un anno del Titolare e che solo di recente ha visto la copertura del secondo posto di Sostituto, in un periodo in cui si sono susseguiti nel territorio gravissimi episodi delinquenziali, fra cui ben quattro omicidi, uno dei quali mediante uso di un’autobomba, che ha suscitato gravissimo allarme fra la popolazione.
I dati e le notizie pervenuti a questa Procura Generale segnalano in genere un calo delle pendenze ed un miglioramento della situazione grazie anche all’evoluzione dei sistemi informatici, sia quanto al penale che con riferimento al civile; essi appaiono pertanto incoraggianti e inducono ad un, sia pure cauto, ottimismo.
Il dialogo costruttivo finalmente instaurato col Ministero della Giustizia e col Governo, dopo anni di contrasti e di incomprensioni, servirà – ne siamo certi – a cancellare l’immagine di un Paese a corto di speranza e di ottimismo, ridando sia l’una che l’altro alle classi “biologicamente” più proiettate verso il futuro ed è per questo che occorre accettare con fiducia l’impegno ed i sacrifici che oggi ci vengono richiesti per superare l’attuale momento di difficoltà.
I Magistrati requirenti di questo Distretto han dimostrato di recepire appieno tutto ciò, operando con senso di grande responsabilità e con non pochi sacrifici personali per raggiungere l’obbiettivo che da tempo ci si prefigge, e cioè quello di poter finalmente offrire al cittadino anche nel nostro Paese un servizio Giustizia in tempi ragionevoli. Valga a titolo di concreto esempio il protocollo d’intesa relativo all’esecuzione delle Sentenze irrevocabili contenenti l’ordine di demolizione delle opere edilizie abusivamente realizzate, sottoscritto da tutti i Procuratori della Repubblica del Distretto il 10 Ottobre u. s., che offre la riprova del costante impegno di tutti i magistrati ad operare per lo snellimento delle procedure e per lo smaltimento del pesante arretrato.
Sul fronte dell’edilizia carceraria, con l’apertura del modernissimo Istituto di Uda si è completata l’attivazione delle nuove Case Circondariali che ha avuto inizio con l’apertura di quelle di Tempio Pausania, Oristano e Sassari. I maggiori e più adeguati spazi realizzati per una sistemazione più dignitosa ed umanitaria dei detenuti, che faciliteranno sensibilmente l’opera di rieducazione e di reinserimento dei medesimi, possono far considerare risolto in massima parte in Sardegna il problema del sovraffollamento carcerario, che per essere completato in linea generale necessiterebbe comunque dell’introduzione di meccanismi normativi di deflazione penalistica.
Com’è poi noto, è stato previsto che in detti Istituti di pena vengano trasferiti detenuti in regime di detenzione speciale siccome sottoposti al regime previsto dall’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario. Detti trasferimenti comporteranno l’inevitabile costante pellegrinaggio di parenti, affini e accompagnatori di quest’ultimi per l’espletamento del diritto di visita. D’altro canto lo stato d’insularità accompagnato dalla obiettiva difficoltà dei collegamenti, per di più costosi, refluirà nell’incontestabile necessità per costoro di reperire adeguati alloggi in insediamenti abitativi viciniori in grado di rendere agevoli le visite agli internati più pericolosi. Se però ci si pone a guardare le cose da altra angolazione, non sarà difficile scorgere come tale situazione potrebbe al contempo essere strumentalmente utilizzata per il raggiungimento di obiettivi che si muovono in una direzione del tutto antitetica a quella della realizzazione di una finalità di carattere umanitario, traducentesi nel contestuale e collaterale perseguimento di interessi criminali attraverso il controllo di aree più o meno vaste di territorio secondo le collaudate metodiche tipiche della criminalità organizzata.
L’esperienza maturata negli anni in cui ho svolto l’attività di Giudice Istruttore in Sicilia, nel nisseno e, per ragioni processuali, nel trapanese, occupandomi di processi penali nei confronti di varie compagini mafiose, mi porta a ritenere che è molto concreto il pericolo di assistere ad un fenomeno analogo a quello parallelo venuto alla luce allorchè esponenti di grosso spessore criminale venivano mandati in soggiorno obbligato in Lombardia (per tutti famiglia Carollo, famiglia Fidanzati, famiglia Bono), in Toscana (per tutti famiglia Milazzo e famiglia Melodia), nel Lazio ( per tutti fam. Rimi) etc. Anche qui accadeva che i familiari del sorvegliato speciale lo raggiungevano nel luogo assegnato, vi si stabilivano, finendo per condizionare l’ambiente secondo i loro fini criminali. Tale situazione determinò in regioni del nord Italia l’esportazione e il radicamento del fenomeno criminoso svolto in forma associata con le metodiche indicate nell’art. 416 bis C.P. Gli effetti furono così devastanti che nel 1988 il Legislatore dispose – troppo tardi, purtroppo - che l’obbligo di soggiorno dovesse essere imposto non più in qualsiasi località, ma solo nel luogo di abituale dimora.
Parallelamente, venendo al 41 bis, potrebbe accadere che la visita al detenuto si riveli anche strumentale ad una finalità di infiltrazione nel territorio, messa in opera non più materialmente dall’esponente recluso della cosca, bensì da quella dei suoi congiunti e, soprattutto, dei personaggi che, il più delle volte, si accompagnano a questi ultimi, apparentemente per agevolarne la sistemazione in loco, ma, in realtà, per raggiungere il fine principale di chi fa parte o è contiguo ad ambienti di criminalità organizzata e cioè il riciclaggio di denaro provento di attività illecite.
Infatti, una volta effettuato il colloquio queste persone potrebbero trattenersi ancora per svariati giorni – e così per ogni visita - al fine di monitorare il territorio, magari mascherando i loro spostamenti con finalità turistiche (e a questo proposito il nord Sardegna si presta bene), ma in realtà con lo scopo di sondare la permeabilità criminale del territorio, di stringere rapporti di conoscenza, pronti a intensificarli con chi ha disponibilità economiche o potere di influenza nel settore politico-amministrativo.
Contemporaneamente, potrebbero attivare contatti con titolari di imprese, aziende, esercizi commerciali che si trovano in difficoltà economica e prospettare loro, non solamente un ingannevole aiuto economico, ma anche la loro protezione. Aiuti che il più delle volte sono rappresentati da ingenti prestiti di capitale con tassi elevatissimi che, nonostante possano apparire vantaggiosi nell’immediato, a lungo termine e senza che l’imprenditore ne abbia chiara consapevolezza, proprio a causa della impossibilità di fare fronte alla restituzione, si trasformano in un sistema che alla fine porta al trasferimento di fatto della amministrazione della azienda nelle mani della cosca che realizzerebbe così una intrusione nel territorio sempre più capillare e pericolosa. E’ facile prevedere che una volta creato nel territorio un riferimento stabile, la criminalità organizzata non avrebbe difficoltà ad operare nel nostro territorio, né più e né meno come ha fatto nelle altre regioni dove si è radicata: la penetrazione nel tessuto sociale sarebbe sempre più intensa ed avrebbe di mira obiettivi sempre più elevati secondo canoni oramai conosciuti e tradizionali come, ad esempio, il controllo della pubblica amministrazione nella gestione degli appalti e la sistematica imposizione di pagamenti di somme di denaro agli esercizi commerciali ed il controllo del mercato del traffico delle sostante stupefacenti. Va rammentato che un caso di controllo della Pubblica Amministrazione attuato in Ogliastra con i contenuti e le metodiche proprie della fattispecie disciplinata dall’art. 416 bis è rimasto giudiziariamente accertato da questa Corte d’Appello nel 2008.
Mi vengono in mente sul tema le parole del Sen. Beppe Pisanu, già Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, pronunciate quale relatore, con me e con altri studiosi, in un convegno sulla normativa antiriciclaggio: “ Anche la Sardegna è a rischio. Peraltro la nostra isola ha già subito intrusioni mafiose, italiane e straniere, sulle quali occorre tenere gli occhi quanto più aperti possibile. La Sardegna è sana ma non è inviolabile. Guai a noi se sottovalutassimo questi rischi perché l’insediamento stabile della criminalità organizzata nella nostra isola costituirebbe una minaccia permanente alla convivenza civile e un ostacolo enorme al nostro progresso economico”.
La situazione sin qui delineata impone quindi controlli di polizia giudiziaria sul territorio immediati e diretti, essendo inderogabile che il livello di attenzione investigativa venga innalzato in modo esponenziale quale sicuro mezzo in grado di far perdere “a questa gente” ogni speranza di contaminare o compromettere l’equilibrio economico-sociale di questo territorio.

d). GEOGRAFIA GIUDIZIARIA DELLA SARDEGNA

Un ultimo argomento che ho il dovere di trattare come Procuratore Generale reggente del Distretto è quello della geografia giudiziaria ossia della migliore dislocazione degli uffici giudiziari nell'isola.
L'argomento, da sempre dibattuto in Sardegna, assume un rilievo peculiare e fondamentale. I Sardi conoscono bene l'assoluta inadeguatezza per non dire più propriamente l'inesistenza di una sufficiente rete di trasporti, la presenza di collegamenti stradali e ferroviari assolutamente carenti che impongono insostenibili tempi di percorrenza tra i diversi luoghi (non esistono autostrade nè elettrificazione ferroviaria), la scarsa densità demografica dell’Isola e la discontinua concentrazione degli abitanti in zone tra loro molto lontane, nonchè i costi che i cittadini e le istituzioni sono costretti a sopportare a causa di tutto ciò; e se si aggiunge che la Sardegna - il cui capoluogo non è affatto in posizione baricentrica - è la terza regione d’Italia per estensione avendo una superficie pari a quella delle Marche, del Friuli e della Liguria messe insieme, si capisce come l’argomento in esame deve avere una considerazione assolutamente particolare dal momento che nessun parametro nazionale può trovare applicazione soprattutto se guidato dalla necessità di procedere per tagli lineari, se non si vuole, consapevolmente, trattare i sardi come cittadini di “serie B”.
E allora, mi pare assolutamente evidente perché coerente con quanto ora osservato che circondari come quello della Gallura e dell’Ogliastra debbano non solamente essere conservati, ma anche essere messi nelle condizioni di funzionare realmente, nonostante le rispettive sedi non si trovino in città capoluoghi di Provincia, eventualmente - per quanto attiene al Tribunale di Lanusei - ampliandone i confini per consentire di raggiungere un adeguato standard di carico lavorativo.
Allo stesso modo, in una oramai non più rinviabile soluzione di razionalizzazione del sistema giudiziario sardo, i tempi appaiono oltremodo maturi per la trasformazione della Sezione Distaccata di Sassari della Corte d’Appello in autonomo distretto, atteso che, da un lato, come oramai è noto a tutti, essendo detta operazione pressoché nominale e formale, la sua realizzazione è a costo zero non essendo necessaria alcuna spesa per le casse dello Stato e, dall’altro lato – ed è questa la maggiore novità di cui il Governo non può non tenere conto - il Consiglio Regionale della Regione Autonoma Sardegna, oggi qui autorevolmente rappresentata dal Presidente On. Francesco Pigliaru, nella seduta 1.10.2014 ha approvato all’unanimità una delibera con la quale impegna il Presidente della Regione specificamente ( e testualmente) “…a sostenere presso le competenti sedi istituzionali, compresa quella parlamentare, le istanze per l’autonomia della Sezione distaccata di Sassari della Corte d’appello di Cagliari” e a “intervenire con urgenza presso il Ministero della Giustizia, rappresentando in maniera puntuale e forte le ragioni che stanno alla base della necessità della autonomia della Sezione distaccata di Sassari della Corte d’appello di Cagliari….”.
La sezione distaccata di Sassari è operativa dal 1992 e, come tutte le sezioni distaccate che nel tempo sono state istituite in Italia, essa rappresenta un esperimento che, come tale, per definizione, deve essere considerato a termine. Ora, è facile rilevare che - per le ragioni territoriali e di costi per i cittadini che più sopra sono state evidenziate, nonchè, è giusto evidenziarlo, per l’eccellente prova di funzionamento che quella Sezione Distaccata di Corte ha dato nel tempo come hanno documentato le relazioni delle varie ispezioni ministeriali, l’ultima delle quali ha fatto esplicita indicazione della necessità di addivenire al più presto alla trasformazione in questione - da quell’esperimento non si può più tornare indietro. Alla luce di tutto ciò riesce allora difficile comprendere quali siano le ragioni che ancora oggi trattengano gli organi istituzionali competenti dal portare a compimento un processo di trasformazione la cui inattuazione continuerebbe a creare disfunzioni connesse, ad esempio, anche alla sovrapposizione di competenze organizzative e giudiziarie note agli addetti ai lavori, nonché a creare diseconomie come quelle connesse alla presenza di un’unica Procura Distrettuale antimafia distante oltre 250 chilometri dai comandi delle Forze dell’Ordine del nord Sardegna, e che, infine, continuerebbe ad allontanare la Sardegna da un allineamento con i parametri nazionali di distanza dei Tribunali dalla sede del capoluogo di distretto, oggi mediamente attestato in 100 km di ottima rete stradale su tutto il restante territorio nazionale. E adesso, all’indomani della delibera regionale menzionata, l’incomprensione sarebbe ancora maggiore, atteso che si darebbe corpo e dignità ad una trasformazione che per le casse dello Stato non costa un euro e che, al contempo, corrisponde alle aspettative dell’intero Popolo sardo, espresso attraverso il suo più alto consesso regionale rappresentativo di una Regione autonoma avente statuto speciale.

Con questo auspicio termino il mio intervento, augurando alla giurisdizione della Sardegna un futuro di equilibrio, di efficienza, di saggezza, di equità e di risultati concreti raggiunti nella incondizionata difesa di quei valori scritti nella Costituzione, la cui affermazione - soprattutto se a vantaggio di coloro che oggi sono più deboli perché più colpiti dalla grave crisi economica che attraversa il nostro Paese - costituisce l’essenza stessa, imprescindibile ed ineliminabile della sua più intima ragione di essere: e valga questo auspicio quale sicuro orientamento per tutti i Magistrati e soprattutto per i giovani Colleghi, cui auguro una carriera ricca di impegno e di soddisfazioni.
Le chiedo, quindi, Illustrissimo Sig. Presidente, di volere, al termine dei successivi interventi, dichiarare aperto, in nome del Popolo Italiano, l’anno giudiziario 2015 per il Distretto della Sardegna.